CoronavAMPirus

Quando si parla di contagi si parla di vampiri. Immancabile, dunque, un parallelo tra l’emergenza globale di questo 2020 e l’immaginario vampiresco. Le epidemie del XVIII secolo sono alla base della stessa nascita del termine “vampiro” in Europa.
Quasi contemporaneamente alle epidemie di peste che colpiscono l’Europa centro orientale tra il 1708 e il 1712, la città di Marsiglia nel 1720 (centomila morti) e ancora l’Europa orientale nel 1738, si propaga un’altra epidemia, quella della credenza nei vampiri: i morti tornano dalla tomba per succhiare il sangue ai vivi e contagiarli. Scrive lo psicoanalista Ernest Jones: “Le epidemie di vampirismo raggiunsero il loro culmine nel sud-est europeo durante il XVIII secolo, e durarono sino al secolo XIX. Le più allarmanti si verificarono a Chios nel 1708, in Ungheria nel 1726, a Meduegya e a Belgrado nel 1725 e nel 1732″ (Psicoanalisi dell’incubo, Newton Compton, Roma 1978, p.114). Cominciarono così a diffondersi i trattati sul fenomeno, fino a diventare zimbello degli Illuministi e propellente per la letteratura.


La paura del contagio e dei morti per epidemie è dunque alla base dell’immaginario vampiresco. La stessa creazione di Dracula è stata con tutta probabilità influenzata dai racconti che Bram Stoker ascoltava in gioventù dalla madre Charlotte, che era sopravvissuta all’epidemia di colera avvenuta a Sligo nel 1832.
Il vampirismo viene associato ai virus sempre più spesso, nel XX secolo. Un’epidemia trasforma tutta la popolazione terrestre in vampiri nel film L’ultimo uomo della Terra (1964) di Ubaldo Ragona/Sidney Salkow, tratto dal romanzo breve di Richard Matheson Io sono leggenda (I Am Legend, 1954). Le immagini dell’Eur deserta, dove si aggira Vincent Price, non possono che evocare la Roma vuota dei nostri attuali giorni di quarantena forzata.

Vincent Price in L’ultimo uomo della Terra (1964)


Senza dimenticare i ratti portatori di peste e alleati del vampiro in Nosferatu, il principe della notte (Nosferatu: Phantom der Nacht, 1979) di Werner Herzog, a metà degli anni Ottanta proliferano le storie di vampiri, in letteratura e al cinema, in concomitanza con l’epidemia dell’AIDS, per certi versi simile nelle reazioni di massa alle paure attuali (timore delle infezioni che riduce le interazioni tra persone). Anche nel caso dell’AIDS come per il coronavirus, si sviluppò una sottovalutazione iniziale seguita da allarmismo, colpevolizzando le devianze, con caratteri xenofobici (una malattia “loro” e non “nostra”) e con un surplus moralistico nel caso dell’AIDS (additando i comportamenti sessuali che deviano dalla norma), per ora fortunatamente assente nel caso del covid-19. La trasmissione del virus HIV attraverso lo scambio di fluidi, e il legame con il sangue, non poteva che rinforzare le fantasie sui vampiri, in particolare il nesso tra sessualità e vampirismo.

Nosferatu, il principe della notte (1979)


L’associazione antica del vampiro al pipistrello si è tradotta in vari film dove i chirotteri sono portatori di malattie, come in Le ali della notte (Nightwing, 1979) di Arthur Hiller. Nella realtà, come sappiamo, anche per il covid-19 si è ipotizzata l’origine dai pipistrelli, come già era stato per il virus Ebola.

Flano per Le ali della notte (1979)


La parentela tra virus e vampirismo è confermata in seguito da innumerevoli opere letterarie, cinematografiche e televisive: è il caso delle recenti serie tv The Passage, dove si parla di un’epidemia influenzale che attraversa gli Usa e di un potente virus sperimentato in laboratorio, e V-Wars (http://vampyrismus.altervista.org/v-wars-vampiri-contro-umani/), dove di fronte a un dilgare di vampirismo si concentra l’attività di ricerca sul “paziente zero”.
Al primo portatore di un virus micidiale è dedicato poi il film pseudo-vampirico Paziente Zero (Patient Zero, 2018) di Stefan Ruzowitzky: un’epidemia provocata dal virus mutato della rabbia crea milioni di persone assetate di sangue.
Infine, divertiamoci per una curiosa combinazione casuale. Le corone, visibili al microscopio elettronico, del coronavirus sono dotate di “spike” (spicole, cioè punte, spunzoni) che permettono al virus di “agganciarsi” alle cellule umane. E tre scienziati australiani hanno chiamato S-Spike il loro vaccino sperimentale per il coronavirus. Chi non si ricorda Spike, il vampiro biondo platino della serie tv Buffy l’ammazzavampiri? Interpretato da James Marsters, aveva innumerevoli fan e ha ottenuto persino un suo personale albo a fumetti (di lui riparleremo presto su “Vampyrismus”).

Spike


Possiamo credibilmente attenderci, perciò, che il coronavAMPirus darà nuova linfa ai vampiri del nostro immaginario. Almeno nell’immaginario, infatti, ci contagerà tutti.